La protesta di una parente delle vittime al processo Eternit
Il processo Eternit non si sposterà da Torino. Almeno per ora. Così ha deciso il tribunale giustificando la propria scelta sulla base della «complessità» del caso Eternit per capi di imputazione (omissioni e disastro dolosi), numero delle vittime (2889, fra morti e malati in 4 stabilimenti italiani della multinazionale) e arco temporale (oltre 50 anni) preso in considerazione. A ciò si aggiunga che Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny, gli imputati, sono stati al vertice della multinazionale dell’amianto in periodi diversi. I giudici vogliono capirne di più e allo stato attuale si dichiarano non in grado di decidere definitivamente. Anche questo è un segno del «processo impossibile».
Eppure si fa e la prima conseguenza, aperto il dibattimento, è che non c’è un accordo nemmeno fra i difensori sul numero dei testimoni da citare: i legali dei responsabili civili (le finanziarie citate per il risarcimento dei danni) vogliono sentire tutte le parti offese (6300), gli avvocati del barone belga 1500, quelli del multimiliardario svizzero 800, «ad occhio e croce». La procura invece, si accontenta di un centinaio di testi, compresi gli imputati e i presidenti di 3 Regioni. Senza le forbici dei giudici, già così il processo durerebbe anni. Il presidente Giuseppe Casalbore lo dice chiaro in aula: «In teoria i testimoni sono 5 mila, eliminati i doppioni. Se non sfrondate le liste voi (rivolto anche a certe parti civili, ndr), ci penseremo noi».
Sergio Bonetto, legale dell’Associazione familiari delle vittime di Casale Monferrato (la più grande), ne è così consapevole che propone di azzerare le vittime da sentire in aula. «Corriamo il rischio di provarne il danno sulla base dei soli documenti in atti». L’avvocato preferisce che si affronti il cuore della questione: la politica della multinazionale che ha «ritardato il più possibile la diffusione delle informazioni ai lavoratori sul pericolo per la salute delle fibre di amianto».
I documenti prodotti ancora ieri dalla difesa collegiale della maggioranza delle parti civili mira a questo scopo: «Nel 1971 Suva, l’assicurazione statale svizzera con ruolo analogo a quello dell’Inail, informava sul rischio del mesotelioma per chi inalasse fibre del minerale-killer, cinque anni dopo Eternit forniva notizie di quel tenore ai soli dipendenti degli stabilimenti svizzeri. In Italia si è arrivati alla chiusura di quelli italiani nel 1985 con scelte di segno completamente diverso».
Ne ha fatto cenno il pm Sara Panelli nell’indicare «gli elementi di prova»: «Una società milanese di pubbliche relazioni, la Bellodi, aveva organizzato una sorta di intelligence per monitorare ogni attività che in Italia riguardasse Schmidheiny». Chiusa l’udienza il magistrato chiarisce qualcosa: «La Bellodi aveva infiltrato anche i sindacati e le nascenti associazioni delle vittime e predisponeva schede su tutto». Guariniello e i suoi pm hanno recuperato gran parte di quella documentazione e l’hanno messa a disposizione dei giudici».
L’avvocato Bonetto conferma e scende nei particolari: «Bellodi pagava 5 milioni di lire al mese un’ex collaboratrice del periodico della diocesi di Casale Monferrato perché riferisse con largo anticipo ogni mossa dell’associazione. Quella signora è venuta nel mio studio una ventina di volte insieme ai promotori delle lotte casalesi. Parliamo degli anni 90 sino al Duemila e oltre, quando cominciava a delinearsi l’inchiesta di Guariniello».
A sua volta, il magistrato che ha voluto fortemente questo processo, ieri, ha sottolineato come «perdurino, da parte degli imputati, le omissioni di azioni tese a contenere l’esposizione all’amianto della popolazione». Guariniello sceglie di attualizzare lo scenario dei pericoli: le strade, le aie, i tetti pieni di amianto sulla sponda destra del Po, dal Chivassese al Monferrato intorno a Casale, con i depositi del «minerale riversati da decenni nel grande fiume».
Tratto da "LA STAMPA.it"