
nella foto Duilio Castelli Fondatore dell'Associazione Esposti Amianto di Monfalcone
il Piccolo — 01 luglio 2010 pagina 05 sezione: GORIZIA
di TIZIANA CARPINELLI «Tutti, sapevano tutti». La frase riecheggia ancora nei corridoi del tribunale, tra i parenti delle vittime decedute e i cantierini superstiti alla silenziosa strage dell’amianto. Rimbalza nelle officine delle fabbriche, entro le mura di casa, dividendo le coscienze. Martedì, all’ultima udienza del maxi-processo che sui celebra a Gorizia, l’ex operaio Guido Clemente ha dichiarato: «Neppure i sindacati ci avevano mai parlato dei pericoli legati all’esposizione dell’amianto». Ma la risposta di chi rappresenta o ha rappresentato i lavoratori del cantiere è l’autodifesa: «Siamo stati testimoni ignoranti». Perché a essersi ammalati e, in molti casi, a esser stati ghermiti dal mesotelioma, il tumore che non dà scampo a chi ha respirato per anni le fibre del minerale killer, sono stati anche loro, i sindacalisti. Lo afferma l’ex meccanico di bordo ed ex delegato Fiom-Cgil Luigino Francovig: «Dire che siamo stati responsabili pure noi è fin troppo facile, oggi: sono un esposto all’amianto e se avessi saputo del pericolo certo non sarei rimasto lì, non sono mica scemo! Il punto è un altro: siamo stati tutti testimoni ignoranti dell’amianto». Concorde Franco Buttignon, coordinatore della Fiom-Cgil nella Rsu del cantiere di Panzano fino al 2005: «Tra trent’anni ci sarà chi dirà la stessa cosa per la lana di roccia, pur se in passato si è svolto un monitoraggio dell’ambiente e si è stretto un accordo con l’azienda, putroppo oggi disatteso». Ma Duilio Castelli, il fondatore e presidente onorario dell’Associazione esposti amianto (Aea), colui che ha dato vita al movimento di tutela delle vittime e dei loro familiari, smentisce la tesi: «Io posso dire, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, che i sindacati sapevano: quando nel 1971 mi ammalai di asbestosi e andai con il certificato, redatto dal medico, da uno dei rappresentanti dei lavoratori dell’epoca, Sergio Parenzan, per me uno dei migliori, lui, una volta viste le carte, si volse verso un suo collega e disse: ”Un altro”. Un altro cosa? Vuol dire che prima di me già altri operai erano andati da loro con lo stesso certificato, dunque perché non vennero presi dei provvedimenti fino al 1976?». Francovig, ex sindacalista, la vede però diversamente: «Fa effetto, oggi, dire che il sindacato è responsabile dei decessi, ma ci si dimentica del fatto che, in quegli anni, il 95% degli operai risultava iscritto ai sindacati e che tra i delegati all’ambiente di allora c’erano persone che lavoravano a bordo e in mezzo all’amianto: se avessero saputo della nocività delle mansioni quotidianamente svolte sarebbero forse rimasti lì? Non credo. Ho sentito dire che passava la commissione deputata ai controlli e nessuno diceva niente per l’assenza di una mascherina. Se così è stato, non bisogna dimenticare che ogni persona deve essere responsabile della propria salute. Non si può decidere di osservare le regole solo se alle spalle si ha un controllore che vigila». «Né vanno scordate - conclude - le grandi lotte in cui i sindacati risultavano all’epoca impegnati : innanzitutto quella per la sicurezza sul posto di lavoro, visti i tassi elevati di mortalità, o per la necessità di disporre degli aspiratori di fumo per la salubrità degli ambienti. Nessuno, ripeto, nessuno era a conoscenza della pericolosità dell’amianto e dei suoi effetti a lungo termine». Il fondatore dell’Aea, invece, ribadisce: «Il primo provvedimento venne preso appena nel 1976, nella salderia A, dove venivano saldati i pezzi dei sommergibili, che dovevano essere assemblati a una temperatura di 250 gradi. Risultava così pesante che gli operai lavoravano a turni di un’ora, alternando all’attività il riposo in una casupola lì vicino. Per evitare malori e ustioni veniva usata una tela d’amianto. Nel ’76 arrivò il dottor Gobbato della Medicina del lavoro di Trieste: vide l’ambiente e disse che c’era troppa polvere e che bisognava smettere di usare quella tela. Gli operai andarono a protestare dai sindacati e questi si rivolsero all’azienda, la quale replicò ch’erano appena stati presi altri appalti, sia per sommergibili che per navi, dunque si doveva continuare, modificando gradualmente nel tempo le modalità del lavoro. In seguito la tela venne sostituita con un’altra, di vetro-alluminio, che costava molto, 20mila lire a metro quadrato: a mio avviso non valeva niente e non aiutò più di tanto, nelle loro mansioni, i poveri saldatori. Sindacati e azienda si misero comunque d’accordo: dicono che la situazione andò avanti fino all’85, ma per me proseguì fino al ’90».